Come lavoriamo

Angolo Morto è il punto che lo specchietto non inquadra: quello che c’è ma non si vede. È il nome di questo giornale ed è anche il suo metodo.

Non raccontiamo la notizia del giorno. La prendiamo dal lato del documento pubblico che nessuno ha aperto, e dal lato di chi ne subisce le conseguenze in silenzio.

Le tre prove

Una storia entra su Angolo Morto solo se passa tutte e tre. Non è una dichiarazione d’intenti: è una scheda che si compila prima di cominciare a lavorare, e se una risposta manca il pezzo non si fa.

Nasce da una fonte primaria. Un documento pubblico, un registro, un atto, la decisione di un’autorità. Se una storia esiste soltanto perché ce l’ha raccontata qualcuno, e non possiamo mostrare la carta, non è una nostra storia.

Il protagonista è il terzo attore. Non il nome che è già in prima pagina: chi paga le conseguenze senza che nessuno lo chieda. Il fornitore, non il committente. L’azienda che deve adeguarsi, non chi ha firmato la norma.

C’è una data futura. Qualcosa che sta per succedere a qualcuno, e che è utile sapere prima che accada. È la differenza fra un archivio e un giornale che serve a qualcosa.

Cosa non pubblichiamo mai

Metà di queste rinunce riguarda l’etica del mestiere, l’altra metà è una scelta di campo: non possiamo competere sul flusso, e non ci proviamo.

Il retroscena. Niente «fonti vicine a», niente virgolettati anonimi di palazzo, niente ricostruzioni di riunioni a cui non eravamo.

Il commento. Nessun editoriale, nessuna opinione firmata, nessun consiglio su cosa dovrebbe fare il governo. Angolo Morto non ha una posizione: ha dei documenti. È anche la ragione per cui non può schierarsi — non esiste il pezzo in cui uno di noi dice cosa pensa.

Le dichiarazioni come notizia. Che qualcuno abbia detto una cosa non è un fatto. Le dichiarazioni entrano solo come risposta a un documento che abbiamo pubblicato, e per intero.

Il breaking. Non inseguiamo. Se una notizia è su tutti i siti alle nove, noi non la facciamo alle nove e dieci. Semmai la facciamo fra tre settimane, con gli atti.

I numeri che non sappiamo rifare. Se non riusciamo a ricalcolare una cifra sulla fonte primaria, non esce — neanche se è vera.

Quello che non sappiamo

Ogni articolo di questo giornale si chiude con un paragrafo intitolato così. Ci scriviamo cosa non siamo riusciti a verificare, quale numero manca, cosa potrebbe cambiare le conclusioni.

Non è modestia: è la parte più utile del pezzo. Un lettore che sa dove finisce la nostra conoscenza può decidere quanto fidarsi del resto — e può correggerci, se sa qualcosa che noi non sappiamo.

Come usiamo le macchine

Una parte del lavoro di questo giornale è fatta con l’intelligenza artificiale, e lo diciamo qui invece di lasciarlo scoprire.

Le macchine fanno il lavoro che una redazione piccola non potrebbe fare a mano: sorvegliare ogni giorno i documenti pubblici che escono in mezza Europa, leggere gli atti che nessuno ha tempo di aprire, tenere il calendario delle scadenze, incrociare registri, tradurre da lingue che in redazione nessuno legge.

Non fanno il resto. Non decidono cosa si pubblica. Non firmano. Non attribuiscono responsabilità e non qualificano un fatto come illecito. Non telefonano a nessuno. Non producono virgolettati: le virgolette esistono solo se copiate da un documento. Non riempiono i vuoti — un dato che manca resta mancante, non stimato.

Ogni pezzo che leggete ha un nome umano sotto, che risponde di quello che c’è scritto.

Gli errori

Ne faremo. Quando succede, la correzione sta in fondo all’articolo, con la data e il numero sbagliato ancora visibile: chi torna a leggere deve poter vedere cosa avevamo scritto prima.

Non esistono correzioni silenziose. Se trovate un errore, scrivetecelo.